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Con evidenti difficoltà di masticazione causa eccessivo uso mandibolare e mascellare durante gli stravizi e gli eccessi di natalizia memoria cerchiamo di dimenticare tassi glicemici da colesterolo cronico e facciamo rotta verso il sud della Francia per festeggiare il primo compleanno della comodissima, graditissima e silenziosissima SUV sudcoreana con un bagno di arte, storia e cultura transalpina.

Dopo sosta tecnica a Varazze per visione del nuovo, più che attraente porto turistico ove lascio ben più di una lacrima al cospetto di ogni ben di Dio galleggiante ormeggiato in banchina e per rimpinguamento gastrico causa nostalgia semestrale da focaccia genovese, tappa d’obbligo in quel di Cannes che appare nel day after il tacchino natalizio come una landa desolata.

Mai in decinaia e decinaia di apparizioni precedenti avevamo notato una simile mancanza di arricchiti, papponi e parvenues come in questa occasione al punto che lo skateboard dello scatenato Nic rulla indisturbato sulla Croisette, ribattezzata toilette dal sempre sagace Tommy.

Non manchiamo comunque alla tradizione delle baguettes appena sfornate poste sotto le ascelle come ogni tipico mangiarane e lasciamo il mare alle spalle per inoltrarci verso l’entroterra che ci attende ai lati dell’autoroute 7 già trattata in occasione del nostro precedente Tour de France partito dalla magnifica e papale Avignone.

In questo caso le prime tappe sono nei dintorni della maestosa ex residenza dei successori allo scranno di Pietro, con sosta allo scoccare del mezzodì a Gordes, arroccato nucleo di casette provenzali sul cocuzzolo di un promontorio roccioso decisamente suggestivo.

I confronti con l’adorata madrepatria si sprecano ed allora paragoniamo il tutto a borghi umbri, a colline toscane, a declivi veneti, sospirando però al pensiero di come i figli di Zidane riescano a rivendere alla stragrandissima realtà che noi sottovalutiamo, incapaci di valorizzarle a dovere.

Anche qua pensiamo di essere sbarcati con una navicella spaziale su di un nuovo pianeta Intergalattico in quanto non incontriamo testa pensante, sempre che ne esistano sul territorio francese ; dopo una piacevole sgranchita di arti inferiori tra le viuzze particolarmente pittoresche del borgo visitiamo con piacere l’abbazia di Senanque, monastero cistercense del XII secolo immerso tra vallate di lavanda, anch’essa attualmente assente ingiustificata.

Roussilon, leggermente fuori dal percorso ipotizzato consigliato comunque dalla vera Bibbia del viaggiatore Il Giramondo.net, è un insieme di abitazioni dai colori sgargianti, dovuti alle terre ed alle argille decisamente cangianti delle colline circostanti, che danno ancora più nell’occhio grazie a finestre, davanzali ed imposte variopinte, vere e proprie attrazioni di un qualcosa altrimenti assolutamente trascurabile.

Pont du Gard è l’ennesima dimostrazione di quanto un tempo ahimè troppo lontano fossero straordinariamente eccezionali gli attualmente insignificanti tifosi di Totti, trovandoci al cospetto di un impressionante acquedotto romano su triplo livello, dalle arcate perfettamente conservate e dalla maestosità veramente eclatante.

Unico minus nuvoletta alla Fantozzi che nel cielo terso a 360° offusca leggermente la focale ideale per lo scatto memorabile, rovinando almeno in parte il romantico tramonto a due assatanate fanciulle che con modi tutt’altro che maliziosi e raffinati dimostrano sulla pubblica piazza la loro dedizione all’amore saffico.

Giungiamo a Nimes ove soggiorniamo in un quartiere che è la quintessenza dello shopping in presenza di ogni marchio immaginabile nella grande distribuzione organizzata, il Kyriad di turno è assolutamente superiore a quelli trattati in altre occasioni ed un grande circolino rosso è d’obbligo per l’accoglienza che ci viene riservata.

Rapidissimo gironzolo serale giusto per assaggiare l’entreé che è costituita dall’arena, sempre di genealogia e stirpe laziale, ottimamente illuminata e perfettamente in forma nonostante i duemila anni di presenza in loco.

La cuccia ove abbiamo trovato riparo è assai confortevole e senza alcun problema superiamo abbondantemente le undici ore di palpebre ben serrate, effettuiamo la visita della città, anche in questa occasione proprietà dei fantasmi, giriamo attorno all’arena, sicuramente più emozionante quando le prime ombre della notte calano su Nimes, osserviamo ammirati la Maison Carré, spettacolare reperto risalente all’impero di Augusto e lasciamo la ville che merita una citazione solo per quello che ci hanno tramandato i nostri compaesani un paio di millenni orsono.

Ancora incredulo del mio potere decisionale, sfido l’ira funesta dei due pargoli ed impongo i miei desiderata puntando verso Carcassone, limite massimo verso occidente concessomi dalla tour operator e family leader prima dello scoppiare della rivolta: il tempo volge ben presto al peggio, le facce lugubri degli astanti mi stanno facendo quasi pentire della scelta ma come dice il saggio la fortuna aiuta gli audaci.

Nel bel mezzo del nulla, tra il grigio più grigio, nell’impossibilità di differenziare le nuvole dal territorio, ecco spuntare illuminato più che da un raggio di sole dalla stella cometa Carcassone che per me equivale ben più che la terra per Cristoforo Colombo: seppur risistemato, rinnovato e restaurato il villaggio è veramente splendido, con tre serie di mura che delimitano il castello in cima ad un colle contornato dal vecchio borgo medioevale, con un generale colpo d’occhio veramente suggestivo e rimarchevole.

I bimbi sono entusiasti, l’escursione meravigliosa, la pellaccia salvata tra rivoli di sudore freddo, simile al clima che comunque accoglie noi e pochissimi altri temerari in questa affascinante rivisitazione della vita che fu tra castelli, ponti levatoi, catapulte ed armature di cavalieri templari e soldati catari.

Narbonne viene toccata solamente perché si trova al lato dell’autostrada da cui notiamo un enorme, maestosa ed incombente cattedrale che però si rivela di ben difficile raggiungimento benché il paese sia veramente uno sputo di pietra e tanto per cambiare praticamente disabitato se si escludono un gruppo di teenager tutti piercing e mancanza di cervello che non ricordano neanche di essere su questa faccia della terra.

Promenade nel centro storico, qualche foto di rito e slancio finale verso il Midi, il vero e proprio Sud della Francia che ci accoglie dopo aver trattato la Costa Azzurra, la Languedoc Rousillon, la Provenza, in quel della Camargue con i suoi spazi immensi, le sue pianure alluvionali, il suo sole benaugurante.

Arles ha decisamente il suo perché, piccole stradine si diramano dal centro storico per formare una raggiera a mo’ di corona circostante l’arena romana che assieme al teatro classico formano una più che degna e suggestiva attrazione turistica per questa tradizionale cittadina lambita dal placido defluire delle acque del grande Rodano che nel giro di pochi chilometri andrà a gettarsi nel mare nostrum.

Oggi ci dedichiamo al risvolto più bucolico del nostro trip ed infatti in prima mattina raggiungiamo Les Saintes Maries de la mer, piccolo paesello in riva al mare noto per le promenade a cavallo lungo le spiagge e gli acquitrini circostanti, in altre stagioni infestati da bombardieri travestiti da zanzare.

Ora è tutto desolatamente abbandonato e quindi compriamo qualche sapone di lavanda solo per permettere al negoziante, peraltro come tutti gli esercenti commerciali estremamente ossequioso, di mettere qualcosa nel cassetto prima di sera e raggiungiamo, sempre tra stagni e paludi che meriterebbero ben altre luminosità, Ague Mortes, cittadella fortificata dai possenti bastioni, ovviamente consacrata al Dio commercio a cominciare da una boutique di dolciumi con tutti i colori, i sapori e gli odori immaginabili.

La chiesetta dedicata alla partenza per le crociate del XII secolo è praticamente assediata da ristoranti e negozi di souvenirs per cui all’unanimità pollice alzato alla proposta di dietro front verso il punto di partenza, possibilmente senza passare dal via.

Dopo il necessario ringraziamento al protettore dei panificatori, consacriamo anche oggi la festività di san Baguette facendo tappa in una delle deliziose boulangerie - patisserie che hanno il pregio di farci odiare un po’ meno ‘sti francesi, lasciamo con qualche peripezia il dedalo di vicoli formanti il nucleo di Arles e percorriamo la tappa più corta del nostro itinerario, facendo non più di venti chilometri per vedere Tarascona, caratterizzata da un leggendario castello dominante il Rodano, da una slanciata chiesa dedicata a Santa Clara risalente al XI° secolo e mettiamo una croce anche alla decima destinazione preventivata.

Siamo in dirittura finale, forse la tarda primavera sarebbe stata più congegnale per attraversare infiniti filari di viti, splendide colline punteggiate da meravigliose dimore coloniche in pietra e legno colorato ma ormai il dado è tratto e quindi ultima scarpinata a Les Baux de Provence, 480 anime in un villaggio arroccato dove non volano neanche le aquile, dedicato anima e corpo al turismo, prima di rigiungere in una Cannes popolata solamente da italici in attesa del veglione, consigliamo a tutti quello del Martinez per la modica di 480 euro a capa però con cotillons inclusi, e gran finale inatteso con struscio nel Suquet, parte antica sopra il porto mai trattata in vita mia, decisamente romantica ed affascinante per il suo susseguirsi di ristorantini lume di candela e taglio delle vene, al punto da tornare con il pensiero ad una famosissima disquisizione con Annie circa il significato di un libro secondo cui a volte girovaghiamo in lungo ed in largo senza accorgerci che il meglio potrebbe essere semplicemente a portata di mano.
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