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Settecentoventi ore dopo, passati trenta giorni, trascorso un mese eccoci nella sempre più abbandonata e quasi dimenticata Malpensa per dare inizio ad una nuova esperienza vacanziera studiata, progettata ed ora realizzata con i reduci di una precedente convivenza sotto i raggi della nostra stella preferita.

I sobborghi della sempre ridente ed attraente per non dire affascinante Gallarate, culla dei natali del principe dell’operoso capitalismo lombardo, questa volta sono particolarmente uggiosi e piovosi ed allora senza remore ci appropinquiamo con passo svelto e fronte alta verso i check-in di imbarco e qui suona il panico, lampeggia il primo allarme, scatta il nervo teso di matteiana memoria: un’insolita ressa forma dei capannelli mal auguranti proprio davanti all’accettazione della Lufthansa facendoci ben presto presagire dubbi e perplessità.

Ipotetici ed ovviamente non ben identificati problemi meteorologici impediscono il decollo in orario nel nostro uccello meccanico e l’incapacità dell’assistente di terra non fa altro che lanciarci nello sconforto più totale avendo capito immediatamente che la coincidenza a Francoforte sarebbe volata via insieme alla nostra speranza del solo tragitto sereno e pacifico.

La teutonica precisione tedesca è andata a dir poco a farsi friggere ed il massimo del self control deve essere messo a dura prova per evitare di far degenerare il tutto: arriviamo comunque nello sterminato hub del nord della Germania ove tra file chilometriche di soldatini in perfetta attesa millimetrica, totale ed assoluta mancanza di indicazioni e di supporto logistico ci dobbiamo scontrare per la prima volta in vita nostra con lo spettro della waiting list.

Giriamo come degli alieni per uno dei principali crocevia aerei d’Europa, ci dividiamo mettendo a rischio il nostro sistema nervoso e rendendo ricche le nostre rispettive compagnie telefoniche non riuscendo bene a capire se ci troviamo protagonisti del cast di Mamma ho perso l’aereo piuttosto che essere partner di Tom Hanks nel paranoico remake di Terminal.

Non sappiamo bene se maledire la malasorte, accoppare qualche grassoccio mangia crauti per il puro gusto di rivalsa o progettare fantomatiche rotte alternative pur di raggiungere gli ora sempre più lontani Emirati Arabi.

Si dice che la speranza è sempre l’ultima a morire, che la fortuna aiuta gli audaci ma penso che solo la papera di Dida nell’ultimo, ovviamente vincente derby possa essere considerata quale pietra di paragone per gioia e di felicità al momento dell’annuncio che potevamo salire i gradini della scaletta del quanto mai desiderato ed agognato Airbus che silenzioso ed accogliente ci permette di abbandonare la non gradita sosta germanica.

Sempre per continuare con il seguito delle prime volte eco che dopo anni ed anni di drastico rifiuto affondo le posate nelle delicate pietanze propinateci con grazia e formalità dal personale dio volo, non chiudo neanche per un istante la palpebra e noto con sorpresa che superiamo in numerose occasioni i limiti di velocità al punto che gli aerovelox fotografano i nostri 1087 km orari, imprimendo nella nostra memoria le quattro cifre di velocità.

Senza neanche accorgerci del comunque inesorabile passare del tempo giungiamo in prossimità di una delle regioni più ricche del mondo e tutta una serie di pozzi petroliferi in perenne combustione segna la nostra via per il raggiungimento della terra del Bengodi ove nuove faraoniche e futuristiche costruzioni ci fanno capire che in questi ultimi due anni, almeno qua, non sono certamente stati con le mani in mano.

Emozionati, perplessi ed ancora piuttosto scettici dalla riuscita dello spostamento ai nastri di partenza della nostra crociera, varchiamo con fare solenne il foyer di ingresso della Costa Romantica e all’alba delle sei e trenta del mattino raggiungiamo il  mondo delle pecorelle zampettanti oltre gli steccati.

Dalle due cabine attigue non giunge alcun segno di vita fino alla rimpatriata di mezzodì per il primo, tanto per cambiare esagerato incontro con il materiale alimentare che supponiamo tout court sarà fin troppo disponibile, ovunque e a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Lasciamo il porto di Dubai mentre lo skyline fa risultare all’orizzonte una serie infinita di gru, ponteggi, cantieri per quello che probabilmente può essere considerato la più grande area edificabile in costruzione giorno e notte sulla crosta terrestre.

Prima tratta sarà l’Oman, terra per lo meno nell’immaginario un po’ meno luna park del resto dei paraggi, domani vedremo se esiste ancora qualcosa di caratteristico o per lo meno pseudo storico mentre lottiamo con rollii e beccheggi duranti appassionate sfide a ping pong ed agguerrite disfide a calcio balilla.

Usciamo dal tunnel delle tenebre proprio nell’istante in cui gli addetti al parcheggio completano gli ultimi movimenti per l’appoggio delle 760 cabine al molo di Muscat, capitale del famoso, almeno nel nome, sultanato di Muscat.

Lasciamo spostare le mandrie di imbarcati, una volta in più si conferma la spiccata tendenza all’essere over 70 prima di poter confermare la prenotazione, non è il caso di fare particolari studi demoscopici per capire quanto questo tipo di vacanza sia il tipico cimitero degli elefanti tirati a lucido e sostenuti oltre che da una incrollabile forza centrifuga, dal miraggio mai come in questo caso concreto di infinite soste negli innumerevoli punti ristoro.

A colpi di forcone riusciamo a pungolare le ultime cariatidi ed abbiamo via libera verso la discesa in terra omanita, veniamo scortati al di fuori dell’operativissimo e quasi frenetico porto e ci scarpiniamo il lungomare su cui si affaccia la capitale, effettivamente abbastanza pittoresca e culturalmente sottolineabile.

Entriamo nel suq, il mercato vero intestino pulsante e gorgogliante della realtà locale, con grande sorpresa molto, molto ordinato, caratteristico, fotografabile, il tutto sotto la cupola di una pulizia persino irritante in considerazione della localizzazione della polis.

Gironzoliamo curiosi, totalmente sicuri in un paese in cui vige la pena di morte per la sottrazione indebita e vediamo ammirati il palazzo del “grande capo” che con metodi forse non propriamente democratici ma sicuramente altamente efficaci domina a suo piacimento da quarant’anni l’intero ambaradan.

Per nulla obbligati torniamo a bordo per assaporare la seconda colazione al decimo ponte della Romantica, sulla luce di poppa mentre un sole caldo ed una dolce brezza ci fanno ricordare di essere sulle acque del Golfo Persico a meno di cinquanta miglia dall’Iran, suscitando comunque sorpresa e qualche rimuginazione mentale circa l’originalità dell’allegra scampagnata.

Il galà del comandante ce lo siamo svampati senza particolari grattacapi, la serata è stata degna di un ricevimento in grande stile, la qualità e la quantità del cibo decisamente sopraffina e prelibata nonostante il fastidioso ruminare dello scricchiolio di dentiere che ci circonda e ci assedia.

Secondo stop a Fujairah, a posteriori sicuramente evitabile e da evitare, causa assoluta e totale mancanza della ben che minima attrazione architettonica, paesaggistica, socio-culturale: nel bel mezzo del deserto arabico ecco sbucare un agglomerato disorganizzato di calcestruzzo e pietra non ben definibile al malriuscito scimmiottamento degli altri stati facenti parte degli Emirati Arabi Uniti.

Poggeremo pure le suole su un oceano di petrolio, attraccheremo fintanto nel terzo porto più importante al mondo dopo Rotterdam e ad uno impronunciabile con gli occhi a mandorla, ma un certo senso di sconforto ci assale mentre girovaghiamo tra i docks praticamente deserti, senza incontrare anima viva, sferzati da una tutt’altro che tiepida brezza marina che ha come unico risultato quello di raffreddare i bollenti spiriti del perennemente “calorosissimo” Momo.

Saltiamo su un taxi ricoperto di ogni tipo di peluria dal volante, ai sedili, al cambio manco fossimo in Tibet e facciamo rapido dietro front tornando al nostro piccolo naviglio che salpa velocemente con prua diretta verso Abu Dhabi, zig zagando tra le numerosissime navi alla fonda, lasciandoci ben più di una perplessità circa questa Quarto Oggiaro della ricchezza mediorientale.   

Nonostante la partecipazione compatta della gran parte tra i 1400 passeggeri, vinciamo a mani basse il titolo di abbuffini dato che mai sazi e satolli pensiamo bene di chiudere baracca e burattini terminando la giornata con un’autentica scorpacciata di dolci e leccornie varie ben oltre la mezzanotte.

Nella vita l’importante è crescere, imparare, migliorare ed oggi è stata la giornata fondamentale per capire qualcosa di più circa i metodi migliori per campare: i soldi non daranno la felicità ma la ricchezza e l’opulenza di Abu Dhabi ci hanno fatto capire che poi tanto male non fanno.

Approdiamo di prima mattina, ci caliamo l’indispensabile sbobba post risveglio e ci catapultiamo verso il centro città con il naso sempre all’insù in quanto tutto viene proposto e realizzato in versione verticale, ovviamente con le tecniche architettoniche più azzardate ed imprevedibili.

Quella che viene chiamata corniche è un semplicissimo viottolo di campagna da otto corsie più emergenza laterale, affiancato da lingue di sabbia bianchissime che si specchiano nelle facciate dei luccicanti grattacieli che ricordano Manhattan, ma proiettati vent’anni nel futuro.   

Pensavamo di aver visto di tutto due anni fa nella vicina Dubai, ma la non altrettanto famosa ma sicuramente più completata Abu non è assolutamente da meno, aprendoci le porte dell’Emirates Palace, un albergo mausoleo dall’opulenza sfacciata per non dire esagerata per non parlare della Grande Moschea in fase terminale di completamento, una vera e propria reggia del culto islamico talmente appariscente da far venire qualche pensiero di abiura religiosa anche a noi infedeli del Profeta.

Trattiamo allegramente all’esasperazione il conquibus con i due driver che ci hanno scorrazzato per questo deposito di Zio Paperone, tutto tempestato di petroeuro ( anche qui hanno lo strapotere della nostra divisa) e ci godiamo un super tramonto dall’alto della nostra imbarcazione.

Piccole note di folklore: massimo dei minimi vedere camionate di gialli alle prese con i primi passi dei balli caraibici, orde di sovrappesi di varie nazionalità cantare ritornelli napoletani nell’effettuare il più triste dei trenini in sala da pranzo e nota di plauso alle cubiste Annie e Luci che hanno semplicemente tramortito un tedescotto che preso in mezzo ad un languido e sinuoso ballo delle due valchirie, è mestamente tornato a cuccia con chiari segni di squilibrio mentale e comportamentale.

Continuiamo con il giro dei quattro forzieri e facciamo tappa nel regno del Bahrein, una spolveratina di abitazioni di stampo mediorientale unite a perle di ingegneria delle costruzioni, un insieme assai caotico di statico lassismo arabo e dinamica proiezione verso il futuro all’interno di un insieme di strade alquanto trafficate e molto poco percorribili.

La capitale Manama ci presenta nel suo centro storico un suq che ci appare immediatamente come una rivisitazione locale della napoletanissima Forcella con ogni tipo di contraffazione taroccata, alla faccia delle pur eccessive disponibilità degli indigeni, proprio di fronte a dei fantastici e sbalorditivi grattacieli frutto solo ed esclusivamente della spremuta di denaro, tanto tanto denaro gettato nella realizzazione delle più maestose opere atte probabilmente al solo stupore degli astanti che non trovano sillabe per commentare ad esempio una piramide di cristallo e cemento armato da noi ipotizzabile probabilmente nel quarto millennio.

Mentre la prua inizia a solcare le ultime trecento miglia nautiche della nostra crociera, durante il ritorno al campo base della mitica Dubai ove trascorreremo 36 ore di full immersion puramente turistica, riusciamo finalmente dopo cinque giorni ad orientarci tra i vari ponti e le innumerevoli scale che compongono il piroscafo, per goderci un paio d’ore di piacere puro con insolazione sulla tuga tra le due piscine e le quattro vasche idromassaggio.

Sveglia di tarda ora in considerazione della tratta nautica particolarmente prolungata, ormai solito incrocio con ogni tipo di guscio navigante atto a trasportare merci e prodotti solidi e liquidi, attracco in perfetto orario, come sempre avvenuto in settimana, e rapidissima selezione della compagnia che può metterci a disposizione una macchina per il giretto d’uopo in questo parco giochi per bimbi adulti.

Sorrisi languidi, frusciante alla mano, preghiere supplichevoli sembravano non sortire a nulla prima che il solito importato decidesse di donarci le chiavi del monovolume che alla fine è stato conquistato, seppur a caro prezzo ed alto costo.

Guardiamo perennemente per aria, un dito sull’obbiettivo della digitale ed uno sulla videocamera, passiamo per luoghi a noi già noti, apprezziamo l’eleganza e la classe di precedenti dimore trattate due anni fa e rimaniamo semplicemente esterrefatti nel constatare quanto, praticamente tutto, si riesca a fare con buona volontà, tanta fantasia, indubbio talento ed un’infinità interminabile di denaro.

Avendo il coche a disposizione sfrecciamo per larghissimi stradoni macinando chilometri sempre affiancati da lavori in perenne divenire, gettiamo sguardi quasi distratti ad edifici che sembrano quasi lasciarci indifferenti talmente tante volte li abbiamo fotografati e veniamo snobbati nella maniera più indifferente quando osiamo provare a chiedere informazioni circa le abitazioni in vendita: mentre pullman interi di figli del Sol Levante si fermano a fare shopping immobiliare come se si trattasse di pentole proposte dal buon Mastrota durante la gita al Santuario di Caravaggio, veniamo praticamente umiliati e mortificati da un venditore che a monosillabi risponde che hanno terminato da quattro anni l’assegnazione di proprietà al costo di alcuni milioni di dollari ognuna, facendoci capire tutt’altro che velatamente che ipotetici clienti come noi non sono certamente i più desiderati e ben accettati.

Con le pive nel sacco e tirando su con il naso restituiamo la vettura in un centro commerciale in cui sembra necessario un 740 particolarmente pingue anche solo per poter parcheggiare e facciamo rientro al transatlantico per il rompete le righe finale con grande dispiacere, molto rammarico, tanta nostalgia, indubbio rimpianto per questa piacevolissima e graditissima crociera.

 

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